Ultimamente mi viene sempre in mente una filastrocca, ma non riuscivo a ricordarmela per intero... finalmente l'ho ritrovata! ricorda un po' una storiella che mi raccontava mia nonna...
Topolino topoletto
s'è ficcato sotto il letto
e la mamma poveretta
gli ha tirato una scopetta.
Corri corri all'ospedale
è cascato per le scale
corri corri in farmacia
gli hanno detto 'Pussa via!'.
Corri corri al camposanto
gli hanno detto 'Grazie tanto'
corri corri al cimitero
gli hanno fatto un occhio nero.
Topolino topoletto
poverino poveretto
topolino topolino
mangia pane e formaggino.
22 luglio 2010
25 giugno 2010
Due ore in un giorno di sole
D'estate, quando c'è il sole, ci sono due momenti della giornata che preferisco.
L'ora dalle 14 alle 15: l'ora della siesta, quella più calda della giornata. Mi piacerebbe sedermi fuori e "meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto" come diceva Montale. In quell'ora c'è silenzio, tutti sono immersi nel torpore del dopo pranzo, si sente solo il lavorio della natura tutta intorno. Il sole picchia e puoi quasi sentire l'erba crescere e tendersi verso quel calore. I pochi animali in giro si muovono pigramente. Puoi osservare tutto come se fossi un tutt'uno con il mondo, fuori dal tuo corpo intontito dal caldo.
E poi l'ora che va dalle 19 alle 20. Quell'ora di relax prima di cena, quando finalmente hai terminato i tuoi compiti giornalieri, e ti puoi godere un po' di riposo. Svuoti la mente, cammini per strada, non è più caldo come prima, se sei fortunata si alza anche un po' di brezza serale. Piano piano si svuota la città, tutti rientrano a casa, il sole si fa basso sull'orizzonte. Non è ancora sera, c'è luce e ti puoi godere gli ultimi raggi rassicuranti. Senti la natura che va a riposo, i suoi suoni si spengono lentamente. "Ed è subito sera" come diceva un altro poeta, Quasimodo.
L'ora dalle 14 alle 15: l'ora della siesta, quella più calda della giornata. Mi piacerebbe sedermi fuori e "meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto" come diceva Montale. In quell'ora c'è silenzio, tutti sono immersi nel torpore del dopo pranzo, si sente solo il lavorio della natura tutta intorno. Il sole picchia e puoi quasi sentire l'erba crescere e tendersi verso quel calore. I pochi animali in giro si muovono pigramente. Puoi osservare tutto come se fossi un tutt'uno con il mondo, fuori dal tuo corpo intontito dal caldo.
E poi l'ora che va dalle 19 alle 20. Quell'ora di relax prima di cena, quando finalmente hai terminato i tuoi compiti giornalieri, e ti puoi godere un po' di riposo. Svuoti la mente, cammini per strada, non è più caldo come prima, se sei fortunata si alza anche un po' di brezza serale. Piano piano si svuota la città, tutti rientrano a casa, il sole si fa basso sull'orizzonte. Non è ancora sera, c'è luce e ti puoi godere gli ultimi raggi rassicuranti. Senti la natura che va a riposo, i suoi suoni si spengono lentamente. "Ed è subito sera" come diceva un altro poeta, Quasimodo.
13 aprile 2010
inadeguatezza
... se per tutta la vita non mi fossi sentita così inadeguata adesso sarei una donna diversa...
9 aprile 2010
slipping through my fingers...
Dedicato alla mia mamma: spero che prima o poi potremo tornare a fare tutte le cose che facevamo insieme prima...
4 marzo 2010
il dottor Zivago
Due figure nella nebbia. Così si immaginavano Maja e Boris quella sera. Con i loro cappotti lunghi e neri, lei bionda e diafana, lui moro con quell'aria un po' da zingaro, sembravano una coppia d'altri tempi: Lara e il dottor Zivago nella steppa innevata. Solo che loro non erano nemmeno una coppia, anche se per strada tutti li guardavano come se lo fossero. Alti e belli, un po' persi nei loro pensieri... Forse una coppia sarebbero anche potuti esserlo, ma, come si dice, le circostanze non lo permettevano. Troppe diversità, sociali e culturali, troppe complicazioni, troppa fatica.
Chissà se ci pensavano, Maja e Boris, che sarebbero potuti essere più che amici. Così diversi, così amici. Non faceva freddo quella notte, ma l'aria umida penetrava attraverso i cappotti, facendoli rabbrividire, mentre si allontanavano dal lago per addentrarsi in quella città straniera per entrambi. Per strada erano rimasti solo loro, eppure non era tardi. Che desolazione!
L'aria triste di Boris e l'aria assente di Maja facevano pensare che avessero appena litigato, mentre camminavano a distanza di sicurezza. Invece erano entrambi assorti nei loro pensieri: Boris ripensava alla sua famiglia lontana, che non vedeva da 15 anni e non avrebbe potuto vedere ancora per molto, Maja pensava che di lì a poco se ne sarebbe andata da quella città, abbandonando tutto quello che aveva costituito la sua vita fino ad allora. Maja non sapeva quasi niente della vita di Boris, tranne quello che sapevano tutti - la guerra, la fuga, la tristezza che si portava nel cuore, la sua follia. Ma lei non aveva MAI avuto paura di lui: si erano incontrati, si erano piaciuti e si erano subito voluti bene, dal primo momento. Boris sapeva che doveva proteggerla, lei era come un fiore spaventato dal gelo. Lui aveva le spalle forti, lei no, perché non aveva visto niente e non sapeva niente, ma aveva un cuore grande e gli voleva bene incondizionatamente, come pochi avevano saputo fare. Erano amici, niente di più e niente mai ci sarebbe stato oltre a quello.
Maja non sapeva nemmeno che poco tempo dopo quella sera avrebbe imparato quanto Boris aveva sofferto e quanto stava ancora soffrendo, non sapeva che lui sarebbe andato da lei piangendo: sì quell'uomo forte e folle, misterioso e silenzioso, avrebbe aperto il suo cuore a lei, che non sapeva niente e non poteva capire. Maja non sapeva che avrebbe pianto con lui e per lui... e lui le sarebbe stato sempre grato di essere lì quella sera.
Chissà se ci pensavano, Maja e Boris, che sarebbero potuti essere più che amici. Così diversi, così amici. Non faceva freddo quella notte, ma l'aria umida penetrava attraverso i cappotti, facendoli rabbrividire, mentre si allontanavano dal lago per addentrarsi in quella città straniera per entrambi. Per strada erano rimasti solo loro, eppure non era tardi. Che desolazione!
L'aria triste di Boris e l'aria assente di Maja facevano pensare che avessero appena litigato, mentre camminavano a distanza di sicurezza. Invece erano entrambi assorti nei loro pensieri: Boris ripensava alla sua famiglia lontana, che non vedeva da 15 anni e non avrebbe potuto vedere ancora per molto, Maja pensava che di lì a poco se ne sarebbe andata da quella città, abbandonando tutto quello che aveva costituito la sua vita fino ad allora. Maja non sapeva quasi niente della vita di Boris, tranne quello che sapevano tutti - la guerra, la fuga, la tristezza che si portava nel cuore, la sua follia. Ma lei non aveva MAI avuto paura di lui: si erano incontrati, si erano piaciuti e si erano subito voluti bene, dal primo momento. Boris sapeva che doveva proteggerla, lei era come un fiore spaventato dal gelo. Lui aveva le spalle forti, lei no, perché non aveva visto niente e non sapeva niente, ma aveva un cuore grande e gli voleva bene incondizionatamente, come pochi avevano saputo fare. Erano amici, niente di più e niente mai ci sarebbe stato oltre a quello.
Maja non sapeva nemmeno che poco tempo dopo quella sera avrebbe imparato quanto Boris aveva sofferto e quanto stava ancora soffrendo, non sapeva che lui sarebbe andato da lei piangendo: sì quell'uomo forte e folle, misterioso e silenzioso, avrebbe aperto il suo cuore a lei, che non sapeva niente e non poteva capire. Maja non sapeva che avrebbe pianto con lui e per lui... e lui le sarebbe stato sempre grato di essere lì quella sera.
3 febbraio 2010
Don Ingenuo
Oggi voglio raccontarvi una storia, una storia vera.
C'era una volta un prete di campagna, lo chiameremo don Ingenuo per la privacy. Questo prete era stato trasferito in un paesino della campagna umbra per sostituire il vecchio curato, non si sa se per punizione o per semplice sorte. Il paese era piccolo piccolo, c'era da fare tanto lavoro, perché doveva gestire almeno 4 parrocchie. Non c'erano tanti preti disposti a sottostare a queste condizioni. Forse nemmeno lui lo era, ma gli era toccata quella sorte (o punizione) e non aveva avuto scelta. La gente non lo vedeva di buon occhio, affezionata com'era al vecchio curato. E lui si era dovuto subito mostrare diverso da come era: un uomo pieno di energia e iniziative, un uomo moderno, colto e intelligente. La gente del paese, gente di campagna, contadini e artigiani, non volevano questo. Volevano un prete semplice, uno che parlasse della campagna e non filosofeggiasse su Dio e la Chiesa. Volevano un prete concreto che si occupasse della gente e dei loro problemi. C'era bisogno di aiuto, spirituale e fisico. Lui, allora giovane, che aveva vissuto nei lussi della curia, non sapeva da che parte iniziare. La perpetua lo aiutava. E la gente, maligna, cominciò a spargere voci. Si diceva che poi che il figlio (illegittimo) della perpetua fosse figlio suo. Ma solo Dio sa se sia vero. Il povero prete, tra incomprensione e fatica, piano piano cominciò ad ammalarsi, relegato in quella vita che non faceva per lui e che forse non avrebbe desiderato. Col solo conforto della sua fede non riusciva più a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Solo qualche signora (di quelle più abbienti, proprietarie terriere) lo aiutava a restare sano di mente: lo invitava a pranzo la domenica e per le feste, lo invitava per il tè e organizzava riunioni spirituali. Però il tracollo era vicino. E il povero prete, fattosi ormai anziano, perse la testa quasi definitivamente. Un giorno l'idea si fece più chiara nella sua mente. C'era un solo modo per scappare da quella realtà che gli era sempre andata stretta. Missione. E chiese, implorò il Vescovo, che gli trovasse una missione in cui rifugiarsi per qualche mese. Il Vescovo capì. Non era certo una scelta spirituale, non era un desiderio di aiutare gli altri, ma la necessità di aiutare se stesso. Ma la carità cristiana si sa, è anche questo. E il Vescovo gli disse: vai e fai buon uso di ciò che hai imparato. E così don Ingenuo andò, pieno di speranza e curiosità. E rivisse. Andò in Brasile, in mezzo alla foresta amazzonica. Lì vide la povertà e la gioia. Lì capì che aveva sempre sbagliato. Capì che si poteva essere felici anche con niente. Lì si sentì vivo e utile e amato e apprezzato. Lì forse capì che non era il prete che voleva fare, ma voleva essere utile agli altri. Ma ormai era tardi per cambiare strada, poteva solo godersi quella sensazione di libertà e pace. Ritornò al paesello portandosi dietro il sole dell'amazzonia... e una donna con un bambino. Quella donna fu scandalo. Tutti dissero che non aveva perso il vizio. E forse no, non l'aveva perso. Ma a quell'età cosa poteva importargli? Forse si era innamorato di quella donna, ma di sicuro era amore platonico. Si era innamorato della sua voglia di vivere nonostante le difficoltà che aveva dovuto affrontare. Lui che non era riuscito ad affrontare le sue piccole difficoltà quotidiane. Era tornato al paese con la gioia di chi ha tutto! Pieno di entusiasmo come all'inizio. Aveva portato l'allegria del Brasile con sè: i colori, i profumi, i suoni... ma al solito nessuno l'aveva capito. Lui però imperterrito cercava di istruire quella gente ignorante di campagna, che non aveva mai visto niente al di fuori delle sue terre. Organizzò una grande festa, una Messa in stile missione, come quelle che teneva nella foresta amazzonica. Chiamò i missionari e fece venire i suoi amici brasiliani della missione. E nella piccola chiesa di campagna portò i suoni e il calore del Rio delle Amazzoni. Tra canti e balli, battere di mani e di piedi si intonavano grazie al Signore "Tu és, Senhor, o meu pastor, por isso nada em minha vida faltará"! Ma ancora una volta la gente non capì e seppe solo criticare. Scandalizzata dal comportamento di questo prete e da ciò che avveniva nelle missioni, lo relegò sempre più in un angolo e lo lasciò solo coi suoi progetti. Egli cercò sempre di più di vincere il male che lo attanagliava. Ma le voci, le chiacchiere, le malignità si sa, sono più forti di tutto. Ancora una volta toccò al Vescovo decidere per lui. Questa volta in modo definitivo. Lo prese da parte e gli spiegò che Dio aveva deciso che quella era la sua croce e non poteva più stare tra la sua gente, quella che nonostante tutto lui aveva imparato ad amare. Con le lacrime agli occhi salutò il paesello, la campagna e i suoi abitanti, le signore che avevano continuato a stargli vicine e la sua amica brasiliana che rimandò a casa. E con la morte nel cuore si diresse verso un monastero non meglio precisato, dove avrebbe potuto finire i suoi anni pregando Dio che lo perdonasse. Tornò qualche volta, avvolto nel mistero della sua nuova vita. Poi non tornò più, forse è morto, forse è ancora lì che si chiede quale sia stato il suo posto in questo mondo e lo scopo della sua vita. Addio don Ingenuo, io ho avuto pietà di te, e, seppur bambina, ti ho voluto bene.
C'era una volta un prete di campagna, lo chiameremo don Ingenuo per la privacy. Questo prete era stato trasferito in un paesino della campagna umbra per sostituire il vecchio curato, non si sa se per punizione o per semplice sorte. Il paese era piccolo piccolo, c'era da fare tanto lavoro, perché doveva gestire almeno 4 parrocchie. Non c'erano tanti preti disposti a sottostare a queste condizioni. Forse nemmeno lui lo era, ma gli era toccata quella sorte (o punizione) e non aveva avuto scelta. La gente non lo vedeva di buon occhio, affezionata com'era al vecchio curato. E lui si era dovuto subito mostrare diverso da come era: un uomo pieno di energia e iniziative, un uomo moderno, colto e intelligente. La gente del paese, gente di campagna, contadini e artigiani, non volevano questo. Volevano un prete semplice, uno che parlasse della campagna e non filosofeggiasse su Dio e la Chiesa. Volevano un prete concreto che si occupasse della gente e dei loro problemi. C'era bisogno di aiuto, spirituale e fisico. Lui, allora giovane, che aveva vissuto nei lussi della curia, non sapeva da che parte iniziare. La perpetua lo aiutava. E la gente, maligna, cominciò a spargere voci. Si diceva che poi che il figlio (illegittimo) della perpetua fosse figlio suo. Ma solo Dio sa se sia vero. Il povero prete, tra incomprensione e fatica, piano piano cominciò ad ammalarsi, relegato in quella vita che non faceva per lui e che forse non avrebbe desiderato. Col solo conforto della sua fede non riusciva più a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Solo qualche signora (di quelle più abbienti, proprietarie terriere) lo aiutava a restare sano di mente: lo invitava a pranzo la domenica e per le feste, lo invitava per il tè e organizzava riunioni spirituali. Però il tracollo era vicino. E il povero prete, fattosi ormai anziano, perse la testa quasi definitivamente. Un giorno l'idea si fece più chiara nella sua mente. C'era un solo modo per scappare da quella realtà che gli era sempre andata stretta. Missione. E chiese, implorò il Vescovo, che gli trovasse una missione in cui rifugiarsi per qualche mese. Il Vescovo capì. Non era certo una scelta spirituale, non era un desiderio di aiutare gli altri, ma la necessità di aiutare se stesso. Ma la carità cristiana si sa, è anche questo. E il Vescovo gli disse: vai e fai buon uso di ciò che hai imparato. E così don Ingenuo andò, pieno di speranza e curiosità. E rivisse. Andò in Brasile, in mezzo alla foresta amazzonica. Lì vide la povertà e la gioia. Lì capì che aveva sempre sbagliato. Capì che si poteva essere felici anche con niente. Lì si sentì vivo e utile e amato e apprezzato. Lì forse capì che non era il prete che voleva fare, ma voleva essere utile agli altri. Ma ormai era tardi per cambiare strada, poteva solo godersi quella sensazione di libertà e pace. Ritornò al paesello portandosi dietro il sole dell'amazzonia... e una donna con un bambino. Quella donna fu scandalo. Tutti dissero che non aveva perso il vizio. E forse no, non l'aveva perso. Ma a quell'età cosa poteva importargli? Forse si era innamorato di quella donna, ma di sicuro era amore platonico. Si era innamorato della sua voglia di vivere nonostante le difficoltà che aveva dovuto affrontare. Lui che non era riuscito ad affrontare le sue piccole difficoltà quotidiane. Era tornato al paese con la gioia di chi ha tutto! Pieno di entusiasmo come all'inizio. Aveva portato l'allegria del Brasile con sè: i colori, i profumi, i suoni... ma al solito nessuno l'aveva capito. Lui però imperterrito cercava di istruire quella gente ignorante di campagna, che non aveva mai visto niente al di fuori delle sue terre. Organizzò una grande festa, una Messa in stile missione, come quelle che teneva nella foresta amazzonica. Chiamò i missionari e fece venire i suoi amici brasiliani della missione. E nella piccola chiesa di campagna portò i suoni e il calore del Rio delle Amazzoni. Tra canti e balli, battere di mani e di piedi si intonavano grazie al Signore "Tu és, Senhor, o meu pastor, por isso nada em minha vida faltará"! Ma ancora una volta la gente non capì e seppe solo criticare. Scandalizzata dal comportamento di questo prete e da ciò che avveniva nelle missioni, lo relegò sempre più in un angolo e lo lasciò solo coi suoi progetti. Egli cercò sempre di più di vincere il male che lo attanagliava. Ma le voci, le chiacchiere, le malignità si sa, sono più forti di tutto. Ancora una volta toccò al Vescovo decidere per lui. Questa volta in modo definitivo. Lo prese da parte e gli spiegò che Dio aveva deciso che quella era la sua croce e non poteva più stare tra la sua gente, quella che nonostante tutto lui aveva imparato ad amare. Con le lacrime agli occhi salutò il paesello, la campagna e i suoi abitanti, le signore che avevano continuato a stargli vicine e la sua amica brasiliana che rimandò a casa. E con la morte nel cuore si diresse verso un monastero non meglio precisato, dove avrebbe potuto finire i suoi anni pregando Dio che lo perdonasse. Tornò qualche volta, avvolto nel mistero della sua nuova vita. Poi non tornò più, forse è morto, forse è ancora lì che si chiede quale sia stato il suo posto in questo mondo e lo scopo della sua vita. Addio don Ingenuo, io ho avuto pietà di te, e, seppur bambina, ti ho voluto bene.
24 dicembre 2009
Dolci storie di Natale
"Basta un poco di zucchero e la pillola va giù" intonava Mary Poppins che ne sapeva una più del diavolo! E mentre il buon Nino Manfredi "pe' ffà la vita meno amara" s'era comprato "na chitara", lei ci suggeriva piuttosto la via del gusto: se la vita è amara cosa c'è di meglio di un po' di zucchero per renderla più dolce? "Tutto brillerà di più!" Il senso astratto della parola "dolce" non deriva forse dal suo significato più pragmatico legato al sapore? Quindi è proprio lo zucchero che ci aiuta a superare i piccoli problemi della vita rendendola più "dolce".
Il periodo natalizio costringe ad una riflessione su quanto dolce sia la vita in questi giorni! Certo non ho abbandonato il mio pessimismo cosmico per un insensato ottimismo festivo! La dolcezza è dovuta alla quantità di zuccheri presenti nei cibi delle feste.
Non so se sia scientificamente provato che il dolce metta il buonumore, ma per esperienza mentre mangi un dolce dimentichi per un attimo tutti i problemi della vita e il mondo ti sembra subito più roseo! Chi mi conosce potrebbe obiettare che per una golosa cronica come me queste argomentazioni sono assai labili. Ed eccoci allora di nuovo a Mary Poppins e al suo - magari non propriamente scientifico - pensiero, che in senso più lato potrebbe essere: il calore e il colore (nonché il sapore) dei dolci rendono tutti un po' più spensierati.
In questo periodo natalizio i dolci si sprecano e tutt'Italia è impegnata a gareggiare con golosità che affondano le loro radici nella storia locale o nazionale. Io modestamente di dolci me ne intendo! E poiché ho girato un po' di Italia, ho deciso di raccontarvi il sapore dolce delle feste: l'essenza che rende le feste ancora più festose (o festive)!
No, non voglio soffermarmi a lungo sul pandoro di Verona e sul panettone di Milano, mi dispiace. Meritano però, per tradizione e diffusione una citazione. Questi dolci, per quanto tipici, hanno invaso talmente tanto le corsie dei nostri supermercati in mille varianti che ce n'è venuta a noia! Certo è che il prodotto artigianale, pandoro e panettone, ha tutt'altro sapore rispetto a quelli fatti in serie che troviamo nei supermercati. Ma che sapore ha? Se entriamo in pasticceria e cerchiamo questi dolci facciamo fatica a trovarli! Oggi leggevo su facebook lo stato di una mia amica che si chiedeva disperata "dove posso trovare lo stampo per il pandoro?" Lo stampo per il pandoro? Esiste qualcosa del genere? C'è ancora qualcuno che vorrebbe tentare di fare un pandoro in casa? Per quanto qui a Verona (dove attualmente vivo) sia venerato, nelle vetrine delle pasticcerie di questi tempi è molto difficile vedere un Pandoro - sì la P maiuscola è voluta - degno di questo nome.
Ma il dolce originale veronese era un altro, si chiama Nadalin ed è molto più simile a quei dolci tradizionali che in tutta Italia spopolano. Assomiglia un po' alla colomba pasquale, con le mandorle e lo zucchero a velo sopra, ha forma di stella (forse per associazione con la stella cometa?) ed è meno lievitato del pandoro, pur avendo più o meno gli stessi ingredienti, visto che è un suo antenato. Ammetto di non averlo ancora assaggiato, ma la sua storia antica incuriosisce: mentre il pandoro nasce alla fine dell'800, il Nadalin fu creato per celebrare il primo Natale (Natale, Nadal, Nadalin) successivo all'insediamento dei signori Della Scala in Verona, quindi nel 1260. Prometto di assaggiarlo quanto prima, visto che questo è anche il mio primo Natale veronese; la coincidenza è tale che non si può non assecondarla!
Io personalmente tra i due preferisco il panettone, perché - ebbene sì - adoro i canditi! Ah! Finalmente posso dirlo. Quegli odiati canditi che tutti tolgono, quelli che eliminano dai panettoni industriali, sostituendoli con creme al surrogato di cioccolata o al surrogato di limone... quei colorati coriandoli così dolci io li adoro!
Il panettone e il pandoro, pur affondando le loro radici nel nord Italia, non sono un'esclusiva delle zone di origine, ma ne esistono molte varianti in tutta la penisola, fino alla Sicilia! Un pasticciere siciliano mi ha raccontato che tradizionalmente il panettone si mangiava a Natale, mentre il pandoro a capodanno, perché il primo ha la forma tipica della grotta mentre il secondo dell'albero di Natale innevato. Non so se questo sia storicamente realistico, ma mi piace pensare che le storie popolari abbiano un fondo di verità.
In effetti in Liguria esiste un dolce che al panettone assomiglia un po', ma che per me è molto più buono! Il Pandolce genovese, che ho scoperto solo un paio di anni fa grazie ad un amico appunto genovese. Il pandolce è come un panettone, ma più basso e compatto. E anche molto più ricco: di frutta secca e candita. Con gli immancabili pinoli! La consistenza è piena e il sapore non è esageratamente dolce (non c'è zucchero nella pasta) ma molto sfaccettato grazie ai numerosi ingredienti che vi si trovano. Si dice che sia stato creato su richiesta del doge Andrea Doria nel '500 per i marinai: infatti è un dolce molto ricco e nutriente e a lunga conservazione. Non si mangia solo a Natale, e non nasce per questa occasione, ma, grazie alla somiglianza, estetica e di gusto, col panettone, viene spesso regalato per l'occasione!
Ma vi avevo promesso di non dilungarmi troppo sui noti pandoro e panettone. La mia personale tradizione familiare si riconduce al confine tra Umbria e Toscana, all'altezza della provincia senese. Se penso alla spensieratezza, ai dolci e alle feste di Natale, non posso non ricordare la mia cara nonna. Per anni lei e la sua enorme casa colonica nella campagna umbra sono state un rifugio alle intemperie della vita, un porto franco dove approdare per avere un po' di serenità. Durante le feste i dolci la facevano da padroni, che fossero fatti in casa o comperati. E noi bambini ovviamente ne gioivamo! Non c'era pasto che non finisse con un dolce e non c'era merenda che non finisse il dolce iniziato durante i pasti! Il sapore sofisticato dei dolci senesi si mescolava a quello più rustico dei dolci umbri.
Da Siena veniva immancabile il Panforte, dolce dalle tradizioni millenarie, e dal sapore intenso di miele e spezie. Questo dolce inizialmente si chiamava Panpepato, aveva una copertura di pepe nero, veniva preparato dagli speziali con prodotti costosissimi ed era riservato ai nobili. Il gusto così fortemente speziato disgustò probabilmente la regina Margherita, la quale ne fece fare una versione più simile a quella che conosciamo noi. Esiste tuttavia a Siena ancora il Panpepato che però è ricoperto di cannella, perciò per me immangiabile, vista la mia avversione per questa spezia!
Spesso sulla tavola della sala si trovava una scatola di Ricciarelli, regalati da qualche amico o parente. Il loro sapore, così simile alla pasta di mandorle, ma con una nota amara di fondo, era da me di gran lunga preferito a quello del panforte. Anche i ricciarelli hanno tradizioni nobili e antiche: furono introdotti nelle corti toscane da un senese che rientrava dalle crociate, perciò hanno origini orientali. Infatti il loro sapore zuccheroso e l'impasto di mandorle sono tipici del medio oriente, e ricordano vagamente le baklava greche e turche.
Infine immancabili i Cavallucci, il cui nome deriva forse dal fatto che venivano serviti nelle osterie cossiddette "dei cavallari", cioè di coloro che si occupavano di cavalli... si sa a Siena c'è una lunga tradizione di cavalli e cavallari! Me l'hanno insegnato i miei amici senesi e poi, avendo vissuto a Siena più di un anno non potevo non impararlo! I cavallucci hanno un sapore meraviglioso, molto sfaccettato: anice e noci sono gli ingredienti principali, oltre ai canditi e al miele. La consistenza è secca, fatta per durare a lungo, ma bisogna fare attenzione ai denti! Da bambini se ne faceva indigestione, perciò la nonna ce li proponeva con molta moderazione, nonostante a noi piacessero davvero molto.
I dolci umbri, sicuramente meno noti di quelli toscani, hanno origini più popolari e sapori più semplici, meno ricercati. Noi bambini andavamo matti per le Pinoccate (o Pinocchiate) perugine. Questi dolcetti prendono il loro buffo nome dai pinoli (pinocchi in perugino, ma anche in toscano: ricordate Pinocchio il burattino?) che sono la loro componente essenziale insieme allo zucchero marmorizzato. Sono di una dolcezza quasi disgustosa, ma ne mangerei cento perché ho una passione per i pinoli! Si dice (o meglio, è scritto sulle cartine che avvolgono i dolcetti uno a uno) che la loro forma a losanga e la loro confezione a caramella li rendessero perfetti da lanciare durante le giostre medievali. Ne esistono di due varianti: al limone e al cacao. Anche questa dicotomia di colori (bianco e nero) ci riporta alle tradizioni medievali e addirittura orientali. In effetti Perugia è un borgo fortificato medievale, perciò non è insolito che anche le tradizioni culinarie risalgano a quell'epoca.
Il dolce che più ricordo è il Serpentone, che la nonna preparava ogni Natale, spesso con il mio ausilio. Quest'ultimo in realtà era principalmente costituito dalla decorazione del dolce! Il serpentone ha origini laziali e non natalizie, infatti il suo nome deriva dall'oggetto di martirio (serpenti) di Sant'Anatolia che si festeggia il 10 Luglio. La nonna però era abituata a farlo per le feste e il sapore ottimo di mandorle tostate (principale e quasi unico ingrediente del dolce) ce lo faceva amare particolarmente. Anche la forma ci piaceva particolarmente: di serpente, o quasi di dinosauro con le mandorle piantate per dritto sulla coda e gli occhi rossi formati da due canditi.
Scendendo più a sud si trovano gli Struffoli napoletani, che però mia nonna faceva per Carnevale! Sono frittelle molto compatte ricoperte di miele. Estremamente golose! Sono preparati anche in Sicilia (dove si chiamano Strufoli, come li chiamavamo noi comunque) per Natale. Ah la Sicilia, la patria dei dolci! Nonostante questo le tipicità dolciarie sicule non sono prettamente natalizie. La Cassata per esempio è un dolce pasquale, anche se ne esiste una variante palermitana che viene preparata per Natale. I Cannoli invece sono più natalizi, anche se hanno perso queste caratteristica essendo diventati molto comuni tutto l'anno! Dolci però più tipici e meno noti sono il Buccellato, ciambella di pasta frolla ripiena delle solite cose, ovvero mandorle, nocciole, fichi secchi, marmellate ecc., e i Mustazzola, specie di biscotti a base di... indovinate un po'? Miele! Sì perché in realtà tutti questi dolci venivano anticamente preparati per essere conservati a lungo, perciò abbondavano di zucchero (conservante per eccellenza) e prodotti secchi o essiccati.
Dulcis in fundo (mai espressione fu più azzeccata!) vorrei parlarvi un po' dei dolci natalizi della "mia" Bologna. Due dolci sopra tutti: il Certosino e il Panone. Potremmo quasi definirle due varianti della stesso dolce: il primo più sofisticato e quindi cittadino, il secondo più semplice e perciò contadino. Infatti si dice che il Certosino fosse preparato in Bologna città, mentre nelle campagne si preparava il Panone, più secco e meno ricco. Il certosino (anche detto panspzièl, panspeziale o pan speciale!) ha origini medievali: anch'esso veniva preparato dagli speziali e perciò il suo sapore è molto simile a quello del panforte anche se più farinaceo. Più tardi i monaci della Certosa di San Girolamo di Casara (distrutta da Napoleone e sui cui resti fu poi costruito l'attuale cimitero di Bologna) si fecero carico della sua produzione e perciò divenne Certosino. E' un dolce molto ricco in cui si può trovare un po' tutto quello che era tradizionale all'epoca: miele, frutta candita, mandorle, cioccolato fondente, uvetta sultanina, pinoli, burro, semi di anice e cannella. Insomma un po' tutto quello che abbiamo visto negli altri dolci! In più si aggiunge la mostarda bolognese, ovvero una marmellata di mele cotogne che rende il sapore di questo dolce inconfondibile! Il panone si differenzia perché è più lievitato, simile appunto a un pane, e una volta conteneva quasi esclusivamente fichi secchi. Ora contiene principalmente uvetta, canditi e mandorle, oltre al miele, la mostarda e il cioccolato. La variante moderna è con pezzi di cioccolato interi, ma io preferisco sempre quella tradizionale. Tra i due il panone mi piace di più per semplicità e consistenza.
Questa carrellata non ha ovviamente la pretesa di essere esaustiva, molte regioni non sono state toccate perché non fanno parte del mio bagaglio culturale e mi sono limitata a darvi un'idea dei sapori che conosco e a cui sono affezionata.
A questo punto spero di avervi fatto venire un po' di gola e che vi fionderete nel negozio più tipico della vostra città a comprare un dolce natalizio pieno di storia e tradizione. Io lo farò di sicuro, ho una fame!
(NB: questo articolo è stato pubblicato sul mensile online di cultura mediterranea http://www.mediterraneaonline.eu/it/)
Il periodo natalizio costringe ad una riflessione su quanto dolce sia la vita in questi giorni! Certo non ho abbandonato il mio pessimismo cosmico per un insensato ottimismo festivo! La dolcezza è dovuta alla quantità di zuccheri presenti nei cibi delle feste.
Non so se sia scientificamente provato che il dolce metta il buonumore, ma per esperienza mentre mangi un dolce dimentichi per un attimo tutti i problemi della vita e il mondo ti sembra subito più roseo! Chi mi conosce potrebbe obiettare che per una golosa cronica come me queste argomentazioni sono assai labili. Ed eccoci allora di nuovo a Mary Poppins e al suo - magari non propriamente scientifico - pensiero, che in senso più lato potrebbe essere: il calore e il colore (nonché il sapore) dei dolci rendono tutti un po' più spensierati.
In questo periodo natalizio i dolci si sprecano e tutt'Italia è impegnata a gareggiare con golosità che affondano le loro radici nella storia locale o nazionale. Io modestamente di dolci me ne intendo! E poiché ho girato un po' di Italia, ho deciso di raccontarvi il sapore dolce delle feste: l'essenza che rende le feste ancora più festose (o festive)!
No, non voglio soffermarmi a lungo sul pandoro di Verona e sul panettone di Milano, mi dispiace. Meritano però, per tradizione e diffusione una citazione. Questi dolci, per quanto tipici, hanno invaso talmente tanto le corsie dei nostri supermercati in mille varianti che ce n'è venuta a noia! Certo è che il prodotto artigianale, pandoro e panettone, ha tutt'altro sapore rispetto a quelli fatti in serie che troviamo nei supermercati. Ma che sapore ha? Se entriamo in pasticceria e cerchiamo questi dolci facciamo fatica a trovarli! Oggi leggevo su facebook lo stato di una mia amica che si chiedeva disperata "dove posso trovare lo stampo per il pandoro?" Lo stampo per il pandoro? Esiste qualcosa del genere? C'è ancora qualcuno che vorrebbe tentare di fare un pandoro in casa? Per quanto qui a Verona (dove attualmente vivo) sia venerato, nelle vetrine delle pasticcerie di questi tempi è molto difficile vedere un Pandoro - sì la P maiuscola è voluta - degno di questo nome.
Ma il dolce originale veronese era un altro, si chiama Nadalin ed è molto più simile a quei dolci tradizionali che in tutta Italia spopolano. Assomiglia un po' alla colomba pasquale, con le mandorle e lo zucchero a velo sopra, ha forma di stella (forse per associazione con la stella cometa?) ed è meno lievitato del pandoro, pur avendo più o meno gli stessi ingredienti, visto che è un suo antenato. Ammetto di non averlo ancora assaggiato, ma la sua storia antica incuriosisce: mentre il pandoro nasce alla fine dell'800, il Nadalin fu creato per celebrare il primo Natale (Natale, Nadal, Nadalin) successivo all'insediamento dei signori Della Scala in Verona, quindi nel 1260. Prometto di assaggiarlo quanto prima, visto che questo è anche il mio primo Natale veronese; la coincidenza è tale che non si può non assecondarla!
Io personalmente tra i due preferisco il panettone, perché - ebbene sì - adoro i canditi! Ah! Finalmente posso dirlo. Quegli odiati canditi che tutti tolgono, quelli che eliminano dai panettoni industriali, sostituendoli con creme al surrogato di cioccolata o al surrogato di limone... quei colorati coriandoli così dolci io li adoro!
Il panettone e il pandoro, pur affondando le loro radici nel nord Italia, non sono un'esclusiva delle zone di origine, ma ne esistono molte varianti in tutta la penisola, fino alla Sicilia! Un pasticciere siciliano mi ha raccontato che tradizionalmente il panettone si mangiava a Natale, mentre il pandoro a capodanno, perché il primo ha la forma tipica della grotta mentre il secondo dell'albero di Natale innevato. Non so se questo sia storicamente realistico, ma mi piace pensare che le storie popolari abbiano un fondo di verità.
In effetti in Liguria esiste un dolce che al panettone assomiglia un po', ma che per me è molto più buono! Il Pandolce genovese, che ho scoperto solo un paio di anni fa grazie ad un amico appunto genovese. Il pandolce è come un panettone, ma più basso e compatto. E anche molto più ricco: di frutta secca e candita. Con gli immancabili pinoli! La consistenza è piena e il sapore non è esageratamente dolce (non c'è zucchero nella pasta) ma molto sfaccettato grazie ai numerosi ingredienti che vi si trovano. Si dice che sia stato creato su richiesta del doge Andrea Doria nel '500 per i marinai: infatti è un dolce molto ricco e nutriente e a lunga conservazione. Non si mangia solo a Natale, e non nasce per questa occasione, ma, grazie alla somiglianza, estetica e di gusto, col panettone, viene spesso regalato per l'occasione!
Ma vi avevo promesso di non dilungarmi troppo sui noti pandoro e panettone. La mia personale tradizione familiare si riconduce al confine tra Umbria e Toscana, all'altezza della provincia senese. Se penso alla spensieratezza, ai dolci e alle feste di Natale, non posso non ricordare la mia cara nonna. Per anni lei e la sua enorme casa colonica nella campagna umbra sono state un rifugio alle intemperie della vita, un porto franco dove approdare per avere un po' di serenità. Durante le feste i dolci la facevano da padroni, che fossero fatti in casa o comperati. E noi bambini ovviamente ne gioivamo! Non c'era pasto che non finisse con un dolce e non c'era merenda che non finisse il dolce iniziato durante i pasti! Il sapore sofisticato dei dolci senesi si mescolava a quello più rustico dei dolci umbri.
Da Siena veniva immancabile il Panforte, dolce dalle tradizioni millenarie, e dal sapore intenso di miele e spezie. Questo dolce inizialmente si chiamava Panpepato, aveva una copertura di pepe nero, veniva preparato dagli speziali con prodotti costosissimi ed era riservato ai nobili. Il gusto così fortemente speziato disgustò probabilmente la regina Margherita, la quale ne fece fare una versione più simile a quella che conosciamo noi. Esiste tuttavia a Siena ancora il Panpepato che però è ricoperto di cannella, perciò per me immangiabile, vista la mia avversione per questa spezia!
Spesso sulla tavola della sala si trovava una scatola di Ricciarelli, regalati da qualche amico o parente. Il loro sapore, così simile alla pasta di mandorle, ma con una nota amara di fondo, era da me di gran lunga preferito a quello del panforte. Anche i ricciarelli hanno tradizioni nobili e antiche: furono introdotti nelle corti toscane da un senese che rientrava dalle crociate, perciò hanno origini orientali. Infatti il loro sapore zuccheroso e l'impasto di mandorle sono tipici del medio oriente, e ricordano vagamente le baklava greche e turche.
Infine immancabili i Cavallucci, il cui nome deriva forse dal fatto che venivano serviti nelle osterie cossiddette "dei cavallari", cioè di coloro che si occupavano di cavalli... si sa a Siena c'è una lunga tradizione di cavalli e cavallari! Me l'hanno insegnato i miei amici senesi e poi, avendo vissuto a Siena più di un anno non potevo non impararlo! I cavallucci hanno un sapore meraviglioso, molto sfaccettato: anice e noci sono gli ingredienti principali, oltre ai canditi e al miele. La consistenza è secca, fatta per durare a lungo, ma bisogna fare attenzione ai denti! Da bambini se ne faceva indigestione, perciò la nonna ce li proponeva con molta moderazione, nonostante a noi piacessero davvero molto.
I dolci umbri, sicuramente meno noti di quelli toscani, hanno origini più popolari e sapori più semplici, meno ricercati. Noi bambini andavamo matti per le Pinoccate (o Pinocchiate) perugine. Questi dolcetti prendono il loro buffo nome dai pinoli (pinocchi in perugino, ma anche in toscano: ricordate Pinocchio il burattino?) che sono la loro componente essenziale insieme allo zucchero marmorizzato. Sono di una dolcezza quasi disgustosa, ma ne mangerei cento perché ho una passione per i pinoli! Si dice (o meglio, è scritto sulle cartine che avvolgono i dolcetti uno a uno) che la loro forma a losanga e la loro confezione a caramella li rendessero perfetti da lanciare durante le giostre medievali. Ne esistono di due varianti: al limone e al cacao. Anche questa dicotomia di colori (bianco e nero) ci riporta alle tradizioni medievali e addirittura orientali. In effetti Perugia è un borgo fortificato medievale, perciò non è insolito che anche le tradizioni culinarie risalgano a quell'epoca.
Il dolce che più ricordo è il Serpentone, che la nonna preparava ogni Natale, spesso con il mio ausilio. Quest'ultimo in realtà era principalmente costituito dalla decorazione del dolce! Il serpentone ha origini laziali e non natalizie, infatti il suo nome deriva dall'oggetto di martirio (serpenti) di Sant'Anatolia che si festeggia il 10 Luglio. La nonna però era abituata a farlo per le feste e il sapore ottimo di mandorle tostate (principale e quasi unico ingrediente del dolce) ce lo faceva amare particolarmente. Anche la forma ci piaceva particolarmente: di serpente, o quasi di dinosauro con le mandorle piantate per dritto sulla coda e gli occhi rossi formati da due canditi.
Scendendo più a sud si trovano gli Struffoli napoletani, che però mia nonna faceva per Carnevale! Sono frittelle molto compatte ricoperte di miele. Estremamente golose! Sono preparati anche in Sicilia (dove si chiamano Strufoli, come li chiamavamo noi comunque) per Natale. Ah la Sicilia, la patria dei dolci! Nonostante questo le tipicità dolciarie sicule non sono prettamente natalizie. La Cassata per esempio è un dolce pasquale, anche se ne esiste una variante palermitana che viene preparata per Natale. I Cannoli invece sono più natalizi, anche se hanno perso queste caratteristica essendo diventati molto comuni tutto l'anno! Dolci però più tipici e meno noti sono il Buccellato, ciambella di pasta frolla ripiena delle solite cose, ovvero mandorle, nocciole, fichi secchi, marmellate ecc., e i Mustazzola, specie di biscotti a base di... indovinate un po'? Miele! Sì perché in realtà tutti questi dolci venivano anticamente preparati per essere conservati a lungo, perciò abbondavano di zucchero (conservante per eccellenza) e prodotti secchi o essiccati.
Dulcis in fundo (mai espressione fu più azzeccata!) vorrei parlarvi un po' dei dolci natalizi della "mia" Bologna. Due dolci sopra tutti: il Certosino e il Panone. Potremmo quasi definirle due varianti della stesso dolce: il primo più sofisticato e quindi cittadino, il secondo più semplice e perciò contadino. Infatti si dice che il Certosino fosse preparato in Bologna città, mentre nelle campagne si preparava il Panone, più secco e meno ricco. Il certosino (anche detto panspzièl, panspeziale o pan speciale!) ha origini medievali: anch'esso veniva preparato dagli speziali e perciò il suo sapore è molto simile a quello del panforte anche se più farinaceo. Più tardi i monaci della Certosa di San Girolamo di Casara (distrutta da Napoleone e sui cui resti fu poi costruito l'attuale cimitero di Bologna) si fecero carico della sua produzione e perciò divenne Certosino. E' un dolce molto ricco in cui si può trovare un po' tutto quello che era tradizionale all'epoca: miele, frutta candita, mandorle, cioccolato fondente, uvetta sultanina, pinoli, burro, semi di anice e cannella. Insomma un po' tutto quello che abbiamo visto negli altri dolci! In più si aggiunge la mostarda bolognese, ovvero una marmellata di mele cotogne che rende il sapore di questo dolce inconfondibile! Il panone si differenzia perché è più lievitato, simile appunto a un pane, e una volta conteneva quasi esclusivamente fichi secchi. Ora contiene principalmente uvetta, canditi e mandorle, oltre al miele, la mostarda e il cioccolato. La variante moderna è con pezzi di cioccolato interi, ma io preferisco sempre quella tradizionale. Tra i due il panone mi piace di più per semplicità e consistenza.
Questa carrellata non ha ovviamente la pretesa di essere esaustiva, molte regioni non sono state toccate perché non fanno parte del mio bagaglio culturale e mi sono limitata a darvi un'idea dei sapori che conosco e a cui sono affezionata.
A questo punto spero di avervi fatto venire un po' di gola e che vi fionderete nel negozio più tipico della vostra città a comprare un dolce natalizio pieno di storia e tradizione. Io lo farò di sicuro, ho una fame!
(NB: questo articolo è stato pubblicato sul mensile online di cultura mediterranea http://www.mediterraneaonline.eu/it/)
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