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9 settembre 2015

Old but gold?

Ci sono quei giorni, in cui ti guardi allo specchio e scopri all'improvviso che sei invecchiata. C'è una ruga in più, una piega del viso che prima non c'era, gli zigomi non sono più alti, quella faccia da bambina che avevi fino a ieri, non c'è più. E non ti riconosci.
Chi è quella donna che ti guarda dallo specchio e assomiglia un po' a tua madre, per come te la ricordi tu? La guardi dritta negli occhi, sono un po' più chiari di come te li ricordavi, ma sono sempre loro. Prendi fuori tutte le tue foto... Eppure sei sempre tu, magari un po' più grassa...
E all'improvviso realizzi che sei più vicina ai 40 che ai 30 e non ti capaciti di come possa essere passato tutto questo tempo! Dentro ti senti ancora una ragazzina, che sogna cosa fare da grande. Non vuoi accettare che il tempo passa. Che, se una sera fai tardi, il giorno dopo sei in uno stato di trance. Che, se un giorno fai uno sforzo superiore alla normalità, il giorno dopo hai tutte le ossa rotte. Che hai bisogno di serenità e quotidianità, che la sera preferisci stare a casa invece che uscire, che i viaggi di lavoro sono sempre più pesanti, perché ti manca la tua casa. Che i rumori e la confusione ti danno fastidio, che il volume della musica è sempre più basso, che hai preso le manie di tua madre...
Perciò ti guardi di nuovo allo specchio. Ti dici che devi comprare una nuova crema, di quelle forti, perché quella prime rughe che usi non va più bene, che devi ricordarti di mettere la crema e il siero giorno e notte, che devi metterti una crema nutriente e rassodante in tutto il corpo tutti i giorni, che devi fare un po' di ginnastica tutte le mattine, per riprendere elasticità. E ripensi che, alla tua età, lo faceva anche tua madre. Poi esci, cambi guardaroba, compri mille trucchi che possano ridare un po' di freschezza al tuo viso, vai dal parrucchiere per cambiare taglio, una cosa che ti faccia più giovane, gli dici.
E la mattina, quando ti guardi allo specchio, ti dici che sì, hai quasi 40 anni, ma tutto sommato, anche se assomigli a tua madre, non sei poi così male per la tua età!

25 gennaio 2011

sole

Oggi c'è il sole. Vorrei stendermi su un prato e godermi questa giornata. Il freddo non avrebbe importanza... vorrei venirti a prendere e portarti via... annullarci in questa giornata serena. Vorrei che il sole cancellasse tutti i pensieri e i problemi, che illuminasse le nostre vite come fa con la terra.
Oggi c'è il sole e io vorrei potermelo godere senza fare né pensare. Vorrei non dover partire. Non essere su questo maledetto treno. Non essere stanca, annoiata, svogliata, preoccupata, impegnata.
Vorrei sedermi e guardare il sole. E che mi stordisse di ottimismo, mi infondesse la fiducia che tutto andrà bene, che non sbaglierò, che tu non sbaglierai. Vorrei che mi togliesse l'ansia e la paura, che mi pervadesse di serenità. Vorrei sognare un sogno vero. E non svegliarmi più.

31 agosto 2010

E tu.

Tu con quegli occhi tristi su un volto allegro,
tu che hai i capelli bianchi a quarant'anni,
tu che non mi guardi perché ti vergogni,
tu che una volta hai fatto una scelta, e ora forse te ne penti.
Tu, che hai sempre pensato a te stesso,
e sei quello che ha sofferto di più.
Sì, tu che non hai capito di cosa avevi bisogno,
e sei andato avanti per inerzia.
Tu che mi racconti di tempi lontani,
perché del presente non c'è niente da raccontare.
Tu che sei circondato ogni giorno da un sacco di persone,
eppure ti senti solo.
Tu che non hai ancora comprato una casa,
perché non sai dove vuoi stare.
Tu sei seduto qui davanti a me e mi racconti la tua vita...
E io non so cosa rispondere, perché io quello che hai vissuto tu,
non lo so.
E tu mi parli di naufragi perché ti senti naufragare,
portato alla deriva da una vita di scelte sbagliate,
ma non è finita.
Io vorrei dirti che c'è ancora tempo per cambiare,
ma tu scappi, davanti a me, come hai fatto per tutta la vita.

4 marzo 2010

il dottor Zivago

Due figure nella nebbia. Così si immaginavano Maja e Boris quella sera. Con i loro cappotti lunghi e neri, lei bionda e diafana, lui moro con quell'aria un po' da zingaro, sembravano una coppia d'altri tempi: Lara e il dottor Zivago nella steppa innevata. Solo che loro non erano nemmeno una coppia, anche se per strada tutti li guardavano come se lo fossero. Alti e belli, un po' persi nei loro pensieri... Forse una coppia sarebbero anche potuti esserlo, ma, come si dice, le circostanze non lo permettevano. Troppe diversità, sociali e culturali, troppe complicazioni, troppa fatica.
Chissà se ci pensavano, Maja e Boris, che sarebbero potuti essere più che amici. Così diversi, così amici. Non faceva freddo quella notte, ma l'aria umida penetrava attraverso i cappotti, facendoli rabbrividire, mentre si allontanavano dal lago per addentrarsi in quella città straniera per entrambi. Per strada erano rimasti solo loro, eppure non era tardi. Che desolazione!
L'aria triste di Boris e l'aria assente di Maja facevano pensare che avessero appena litigato, mentre camminavano a distanza di sicurezza. Invece erano entrambi assorti nei loro pensieri: Boris ripensava alla sua famiglia lontana, che non vedeva da 15 anni e non avrebbe potuto vedere ancora per molto, Maja pensava che di lì a poco se ne sarebbe andata da quella città, abbandonando tutto quello che aveva costituito la sua vita fino ad allora. Maja non sapeva quasi niente della vita di Boris, tranne quello che sapevano tutti - la guerra, la fuga, la tristezza che si portava nel cuore, la sua follia. Ma lei non aveva MAI avuto paura di lui: si erano incontrati, si erano piaciuti e si erano subito voluti bene, dal primo momento. Boris sapeva che doveva proteggerla, lei era come un fiore spaventato dal gelo. Lui aveva le spalle forti, lei no, perché non aveva visto niente e non sapeva niente, ma aveva un cuore grande e gli voleva bene incondizionatamente, come pochi avevano saputo fare. Erano amici, niente di più e niente mai ci sarebbe stato oltre a quello.
Maja non sapeva nemmeno che poco tempo dopo quella sera avrebbe imparato quanto Boris aveva sofferto e quanto stava ancora soffrendo, non sapeva che lui sarebbe andato da lei piangendo: sì quell'uomo forte e folle, misterioso e silenzioso, avrebbe aperto il suo cuore a lei, che non sapeva niente e non poteva capire. Maja non sapeva che avrebbe pianto con lui e per lui... e lui le sarebbe stato sempre grato di essere lì quella sera.

3 febbraio 2010

Don Ingenuo

Oggi voglio raccontarvi una storia, una storia vera.
C'era una volta un prete di campagna, lo chiameremo don Ingenuo per la privacy. Questo prete era stato trasferito in un paesino della campagna umbra per sostituire il vecchio curato, non si sa se per punizione o per semplice sorte. Il paese era piccolo piccolo, c'era da fare tanto lavoro, perché doveva gestire almeno 4 parrocchie. Non c'erano tanti preti disposti a sottostare a queste condizioni. Forse nemmeno lui lo era, ma gli era toccata quella sorte (o punizione) e non aveva avuto scelta. La gente non lo vedeva di buon occhio, affezionata com'era al vecchio curato. E lui si era dovuto subito mostrare diverso da come era: un uomo pieno di energia e iniziative, un uomo moderno, colto e intelligente. La gente del paese, gente di campagna, contadini e artigiani, non volevano questo. Volevano un prete semplice, uno che parlasse della campagna e non filosofeggiasse su Dio e la Chiesa. Volevano un prete concreto che si occupasse della gente e dei loro problemi. C'era bisogno di aiuto, spirituale e fisico. Lui, allora giovane, che aveva vissuto nei lussi della curia, non sapeva da che parte iniziare. La perpetua lo aiutava. E la gente, maligna, cominciò a spargere voci. Si diceva che poi che il figlio (illegittimo) della perpetua fosse figlio suo. Ma solo Dio sa se sia vero. Il povero prete, tra incomprensione e fatica, piano piano cominciò ad ammalarsi, relegato in quella vita che non faceva per lui e che forse non avrebbe desiderato. Col solo conforto della sua fede non riusciva più a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Solo qualche signora (di quelle più abbienti, proprietarie terriere) lo aiutava a restare sano di mente: lo invitava a pranzo la domenica e per le feste, lo invitava per il tè e organizzava riunioni spirituali. Però il tracollo era vicino. E il povero prete, fattosi ormai anziano, perse la testa quasi definitivamente. Un giorno l'idea si fece più chiara nella sua mente. C'era un solo modo per scappare da quella realtà che gli era sempre andata stretta. Missione. E chiese, implorò il Vescovo, che gli trovasse una missione in cui rifugiarsi per qualche mese. Il Vescovo capì. Non era certo una scelta spirituale, non era un desiderio di aiutare gli altri, ma la necessità di aiutare se stesso. Ma la carità cristiana si sa, è anche questo. E il Vescovo gli disse: vai e fai buon uso di ciò che hai imparato. E così don Ingenuo andò, pieno di speranza e curiosità. E rivisse. Andò in Brasile, in mezzo alla foresta amazzonica. Lì vide la povertà e la gioia. Lì capì che aveva sempre sbagliato. Capì che si poteva essere felici anche con niente. Lì si sentì vivo e utile e amato e apprezzato. Lì forse capì che non era il prete che voleva fare, ma voleva essere utile agli altri. Ma ormai era tardi per cambiare strada, poteva solo godersi quella sensazione di libertà e pace. Ritornò al paesello portandosi dietro il sole dell'amazzonia... e una donna con un bambino. Quella donna fu scandalo. Tutti dissero che non aveva perso il vizio. E forse no, non l'aveva perso. Ma a quell'età cosa poteva importargli? Forse si era innamorato di quella donna, ma di sicuro era amore platonico. Si era innamorato della sua voglia di vivere nonostante le difficoltà che aveva dovuto affrontare. Lui che non era riuscito ad affrontare le sue piccole difficoltà quotidiane. Era tornato al paese con la gioia di chi ha tutto! Pieno di entusiasmo come all'inizio. Aveva portato l'allegria del Brasile con sè: i colori, i profumi, i suoni... ma al solito nessuno l'aveva capito. Lui però imperterrito cercava di istruire quella gente ignorante di campagna, che non aveva mai visto niente al di fuori delle sue terre. Organizzò una grande festa, una Messa in stile missione, come quelle che teneva nella foresta amazzonica. Chiamò i missionari e fece venire i suoi amici brasiliani della missione. E nella piccola chiesa di campagna portò i suoni e il calore del Rio delle Amazzoni. Tra canti e balli, battere di mani e di piedi si intonavano grazie al Signore "Tu és, Senhor, o meu pastor, por isso nada em minha vida faltará"! Ma ancora una volta la gente non capì e seppe solo criticare. Scandalizzata dal comportamento di questo prete e da ciò che avveniva nelle missioni, lo relegò sempre più in un angolo e lo lasciò solo coi suoi progetti. Egli cercò sempre di più di vincere il male che lo attanagliava. Ma le voci, le chiacchiere, le malignità si sa, sono più forti di tutto. Ancora una volta toccò al Vescovo decidere per lui. Questa volta in modo definitivo. Lo prese da parte e gli spiegò che Dio aveva deciso che quella era la sua croce e non poteva più stare tra la sua gente, quella che nonostante tutto lui aveva imparato ad amare. Con le lacrime agli occhi salutò il paesello, la campagna e i suoi abitanti, le signore che avevano continuato a stargli vicine e la sua amica brasiliana che rimandò a casa. E con la morte nel cuore si diresse verso un monastero non meglio precisato, dove avrebbe potuto finire i suoi anni pregando Dio che lo perdonasse. Tornò qualche volta, avvolto nel mistero della sua nuova vita. Poi non tornò più, forse è morto, forse è ancora lì che si chiede quale sia stato il suo posto in questo mondo e lo scopo della sua vita. Addio don Ingenuo, io ho avuto pietà di te, e, seppur bambina, ti ho voluto bene.